Il pensiero esistenzialista

20 09 2007

Dopo la prima guerra mondiale l’uomo aveva dovuto assistere, quasi impotente, allo spettacolo desolante che essa aveva prodotto: distruzioni materiali, svalutazione monetaria in tutti gli Stati d’Europa, giovani vite spezzate, gravi crisi familiari e profonde lacerazioni delle coscienze individuali. Quella guerra che avrebbe dovuto risolvere tutti i problemi politici, sociali ed economici si concludeva con un’amara sconfitta dell’uomo, sia di quello vinto, sia di quello vincitore. Ci si trovava di fronte ad una realtà che portava con sé forti tensioni sociali, oscure paure per un incerto futuro e grave crisi dei valori morali. In questo scenario quasi apocalittico nasce una nuova corrente filosofica, l’Esistenzialismo, che vuole interrogarsi sul significato dell’esistenza umana e proporre nuove soluzioni che ridiano all’uomo quella fiducia in se stesso e quella dignità miseramente naufragata col predetto periodo della grande guerra. L’epoca dell’Esistenzialismo è, quindi, un’epoca di crisi. La filosofia esistenzialista considera l’uomo come un essere finito, gettato nel mondo, continuamente lacerato in situazioni problematiche ed assurde. È proprio dell’uomo nella sua singolarità che l’Esistenzialismo si interessa. L’esistenza è un modo di essere finito, essa è possibilità cioè un poter-essere. L’esistenza non è un’essenza, l’uomo sarà quello che egli ha deciso di essere. Il suo modo di essere è un poter-essere, un uscir fuori, un’incertezza ed un rischio. Pertanto al centro del pensiero esistenzialistico si trova il concetto di uomo singolo e finito e quello di libertà, intesa come impegno e rischio concreto.

Alla radice dell’Esistenzialismo si trova il pensiero di Kierkegaard.

In letteratura autori esistenzialisti furono Kafka, Dostoevskij, Camus e senzaltro Cassola con ‘La Ragazza di Bube’:

Quando, alle ultime battute del romanzo, la ragazza giunge ad esprimere la sua umile morale, nella semplice immediatezza delle sue parole possiamo avvertire tutto il peso di una consapevolezza raggiunta faticosamente, con impegno e sofferenza. «È cattiva la gente che non ha provato dolore — disse Mara — Perché quando si prova il dolore, non si può più voler male a nessuno».

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